La mattina mi sveglio sistemo casa, pranzo veloce e mi preparo per andare in ospedale.. Il mio unico pensiero era andarla a trovare. Esco tutti giorni di casa poco prima delle 15, prendo bus e arrivo in TIN. Suono, “chi è?” Rispondo “mamma Pintus”. Aprono la porta, sistemo la roba nell’armadietto ,mi lavo le mani ed entrò nella stanza con il cuore che batte a mille.. arrivo sempre con l’ansia che mi pesa come un macigno sul petto. Poi la guardo mentre dorme nella sua incubatrice e tutti i pensieri volano via. Controllo la cartella appesa per vedere se prende peso, faccio una foto e mi metto seduta ad osservarla.

Con me ho sempre un libro. Inizio a leggere.. poi arrivano i dottori. Chiedo come va e mi dicono che è tutto nella norma. Ho imparato che se non sono loro a venire da me per parlare allora significa che va tutto bene. Mentre sto li seduta a guardarla e a leggere ogni tanto sento un bip ma nulla di preoccupante.. .ci ho già fatto l’abitudine. Vedo altri genitori che, come me, stanno lì a fissare un pezzo di plexiglass e a pensare…

Ma a che pensiamo? Pensiamo perché sia successo a noi, pensiamo se andrà bene, pensiamo se andrà male… ma in realtà pensiamo che prima o poi usciremo da lì come tutti e che a quanto pare, purtroppo, non è poi così raro che un bimbo nasca prematuro.. però poi non è vero che tutti escono da lì, perché purtroppo mentre io stavo li a vedere mia figlia lottare per la vita, c’era un’altra famiglia che piangeva perché il loro piccolo non ce l’aveva fatta.

E là dentro il loro lutto diventa anche il tuo. Ti si spezza il cuore al solo pensiero e in quel momento pensi “perché proprio a loro?”. Che possono aver fatto di così terribile da meritare un dolore così grande?.. e allora non pensi più a te stesso e alla tua situazione. Pensi che comunque c’è sempre qualcuno che sta peggio… e vai avanti ,o almeno io sono andata avanti pensando che tutto sommato noi stavamo bene. Avevamo ancora la speranza.

E loro? Loro non avevano più nemmeno quella e quando perdi anche quella cosa ti resta? difficile rispondere.. io sicuramente non posso saperlo. Posso immaginare. Immagino che si sentano persi, senza più nessuno scopo nella vita, senza più voglia di vivere. Ci ho pensato sempre,ogni giorno a quei poveri genitori persi nel tunnel della disperazione.

Non so cosa avrei fatto io, ma sicuramente non sarebbe stato facile affrontare una cosa simile e sinceramente mi rifiutavo di pensare che potesse andare così.. ad ogni modo bisognava andare avanti. Mia figlia era ancora lì e aveva bisogno di noi e della nostra forza. Stavo li fino a quando potevo. Staccavo mezz’ora per andare a tirare il latte nella saletta adibita proprio per quello. Poi rientravo nella stanza e continuavo a leggere e a guardarla. Ancora non potevo toccarla e dopo qualche ora rientravo a casa..

La salutavo, toccando l’incubatrice ,come si fa con le bare.. perdonate il pessimo paragone ma è quella la sensazione che avevo ogni volta che la salutavo, e quel momento non era mai facile. Era un arrivederci che sapeva di abbandono, e in quel momento vorresti star lì a spiegare a tua figlia anche se non può capire, che non la stai abbandonando ma che purtroppo non puoi star lì tutta la notte e che mamma e papà tornano domani anche se cascasse il mondo

.”Ciao amore mio, ci vediamo domani. Fai la brava e sii forte” – questo è quello che le ripetevo ogni giorno. Uscivo dalla stanza, percorrevo il piccolo corridoio trattenendo le lacrime, aprivo l’armadietto, prendevo la mia roba, salutavo gli infermieri e uscivo con il cuore in gola, proprio come quando entravo.. per questo preferivo rientrare a piedi. Passeggiare mi aiutava a scaricare un po’ la tensione.. infatti appena mettevo piede fuori facevo un respiro profondo, prendevo il telefono e chiamavo mia madre.

Non era facile parlare, dicevo sempre che Alice stava bene ma non parlavo mai di come mi sentivo io.. ma certe volte il peso che mi opprimeva era talmente pesante che scoppiavo in lacrime mentre parlavamo al telefono e sapevo che dall’altra parte non c’era un estraneo a cui non importava nulla..no, c’erano i nonni che dalla Sardegna dovevano affrontare con noi questo percorso.. dei nonni che non avevano ancora visto la loro prima nipotina e che come noi soffrivano in silenzio.

So che non è stato facile per loro e la lontananza non ha aiutato. Ci siamo fatti forza reciprocamente e abbiamo affrontato ogni giorno pensando che sarebbe andato tutto bene. Come ogni pomeriggio andai in ospedale, Alessio ci raggiungeva tutti i giorni là dopo il lavoro. Quel giorno un infermiera si avvicinò e mi disse “mamma Pintus, la vuoi toccare? ora che è stabile puoi”. Avete presente quando a un bimbo gli si regala il gioco che tanto sperava di ricevere e spalanca gli occhi dall’emozione? La mia reazione è stata la stessa.

Non ci credevo.. avevo il cuore a mille, le gambe e le mani mi tremavano.. ero terrorizzata dal pensiero che potessi farle del male ma anche esageratamente emozionata. Finalmente potevamo toccarci… anzi in realtà pensavo che finalmente potevo toccarla e che lei non si sarebbe accorta di nulla. Mi avrebbe scambiata per un infermiera che le cambia il panno o che le sistema qualche tubo… Ma fui smentita in pochi secondi. L’infermiera mi fece vedere come dovevo mettere le mani e mi disse di non accarezzarla, ,perchè i bimbi così piccoli non devono essere sollecitati da troppe sensazioni/emozioni.

Dovevo star ferma con le mani sopra di lei.. le mie mani la coprivano da testa a piedi.. lei era calda e con la pelle grinzosa e sottilissima, come quella di un anziano.. in quel momento mi ricordai di mia nonna Ada e a quanto le avrebbe fatto piacere conoscerla. Io stavo li con le mani su di lei, il papà che non ebbe il coraggio di toccarla e Alice che in quell’istante solleva il braccino e mi afferra il mignolo con tutta la sua forza. Io alzai lo sguardo verso Alessio e iniziai a ridere e a piangere. Ero in piena crisi emotiva.

Non riuscivo a smettere di piangere , credo sia stato il momento più emozionante di tutti. Quel gesto spazzò via ogni brutto pensiero, mi trasmise voglia di vivere come se volesse dirmi “mamma io sono forte, non avere paura”. E infatti, quello che ho sempre detto, è che è stata lei ,giorno dopo giorno, a darci la forza per non crollare. Così piccola ma con tanta voglia di vivere❤️