In ospedale quella sera avvenne tutto velocemente.
La Dottoressa che lo visitò in PS,capì subito la gravità della situazione.
Non rischiava la vita ma l’alluce era a rischio amputazione.
Andrea non si lamentava, era stanco,stordito e mezzo addormentato.
Tra una visita e una radiografia, in attesa dell’intervento,io gli tenevo la mano e lo baciavo continuamente.
Non piangevo, avevo la forza di volontà di non farlo per non crollare,dovevo essere lucida per lui.
L’intervento poteva iniziare,Andrea indossava il camice pediatrico operatorio e io i DPI per poterlo salutare un attimo,prima dell’anestesia.
Solo in quel momento mi sono resa conto che Andrea aveva ancora in mano un palloncino viola,ricordo dalla festa di compleanno della Zia.
Una volta uscita mi salì l’angoscia,mio figlio non aveva mai ricevuto un’anestesia fino a quel momento,men che meno aveva subito alcun tipo di intervento.
L’unico medico che aveva mai visto fino al 6 giugno era la sua Pediatra di Base.
Fortunatamente,un amico di famiglia,che lavorava in ospedale e conosceva molto bene la specialità ortopedica,mi stette vicino per quasi tutto l’intervento,rassicurandomi sulle conseguenze,sia positive che negative dell’operazione.
Mi sentivo pronta a tutto,o quasi.
Alle 21.00 eravamo saliti sull’ambulanza,alle 23.15 l’intervento era iniziato,alle 2.00 era terminato.
Nessun Medico si era visto data l’ora tarda.
L’infermiera e la Oss che lo accompagnavano in Pediatria Chirurgica ovviamente non sapevano niente.
Io e il mio bambino,addormentato dall’anestesia,ci trovammo al buio in una stanza temporanea, solo per quella notte.
Nella camera era presente solo una mamma che dormiva sulla brandina e la sua bambina nel letto ospedaliero.
Andrea era sottoposto a flebo antibiotiche,così almeno mi disse un’infermiera,aveva il piede fasciato e steccato e doveva assolutamente tenerlo alzato e non coperto.
Non avevo sonno e tanto meno avevo voglia di aprire una poltrona letto,preferivo rimanere seduta a guardare il mio bambino mentre dormiva profondamente.
Una dottoressa,tra le luci soffuse dei macchinari collegati ai bambini, si fece strada nella stanza,venne da me e con voce soffusa mi disse che l’operazione era andata bene.
Un barlume di speranza mi pervase,che bello l’alluce non era a rischio forse,il nostro amico però mi aveva detto che ci volevano 24/48 ore post intervento per scongiurare il pericolo amputazione.
Ero fiduciosa che tutto sarebbe andato bene,o almeno ci speravo.
Pervasa da uno strano ottimismo,mi misi a messaggiare a tutti dell’accaduto.
Per quanto ne sapessi i miei genitori non erano al corrente della gravità dell’incidente,non avevo voluto angosciarli, visto che vivono a 115 km di distanza,avevo detto loro solo che Andrea si era fatto un pò male a un piede,anzi lo feci dire da mio marito,io non ne avevo il coraggio.
Scopriì invece che avevano saputo tutto da mia suocera, presente ai fatti e ancora notevolmente sotto shock.
Improvvisamente entrarono in stanza un papà con un bambino di all’incirca 10 anni.
Si misero a letto entrambi,ma prima il papà disse al figlio:
“Tu non ti addormenti più sul divano,da domani vai direttamente a letto!”
Pensai che non fosse successo niente di particolarmente grave al bambino,visto il rimprovero del padre.
Meglio così,non avrei sopportato di conoscere una vicenda ancora più drammatica della nostra,quella notte.
Solo al mattino seppi dal padre del bimbo che il figlio,mezzo assonnato post sonnellino sul divano,invece di aprire il frigorifero e prendere la bottiglia dell’acqua,aveva aperto il mobile sotto al lavandino,preso la confezione di Vetril,bevuto un sorso di quello e stava tornando a letto,se non che che la madre sconcertata, vista la scena, aveva chiamato il marito.
Non ci sarebbe nulla da ridere,anche l’avvelenamento è un incidente domestico serio.
Però il padre, che tutta notte aveva inveito contro gli allarmi in tilt degli apparecchi delle flebo,quando mi raccontò l’accaduto mi fece sorridere.
Erano ore che non sorridevo più.

To Be Continued