Come già detto ci avevano anticipato, il giorno seguente all’operazione, Andrea fu trasferito nel reparto di Ortopedia Pediatrica.
La Camera era adibita per due pazienti, ma quando io, Andrea, e il papà entrammo, eravamo da soli.
Stranamente nessuno ci disse che non potevamo stare entrambi in stanza con lui, noi ovviamente non chiedemmo spiegazioni in merito.
Andrea si era svegliato con il sorriso quella mattina, sicuramente vedere la mamma e il papà lo rendeva tranquillo.
Non nominò niente della sera precedente, ma vedendosi il piede steccato, disse che si era fatto molto male.

Noi eravamo ancora un pò all’oscuro dello svolgimento dell’operazione,vedevamo solo un piede fasciato,aspettavamo notizie.Il Primario arrivò con la sua equipe medica, scherzò con Andrea e poi, parlò con noi.
L’operazione era riuscita,ma per definire l’alluce e le restanti tre dita,fratturate e schiacciate fuori pericolo,serviva ancora molto tempo.
Bisognava capire se la circolazione sanguigna,che si era arrestata post incidente,era tornata a scorrere regolarmente.Con il Cuore colmo di speranza, cercavamo di trascorrere il tempo con Andrea.

Quel pomeriggio,due adorabili e giovani volontari si misero a giocare con lui ,prima con un puzzle e poi con le costruzioni.
La Stanchezza dovuta all’anestesia però iniziava a farsi sentire,dopo mezzora di giochi, Andrea reclamava il silenzio e le coccole della mamma.

Improvvisamente,mentre Andrea dormiva e mio marito era uscito a fare un giro, entrarono in camera due infermiere con un ragazzo in un letto, appena operato, insieme a loro la sua mamma e il suo papà. Anche in questo caso mi venne da sorridere alle parole dette dal padre alla madre, mentre il figlio dormiva.
Disse: “Ora che dorme puoi sculacciarlo,secondo me se lo meriterebbe”.
Immaginavo che il ragazzo,con un braccio ingessato appeso, e una gamba steccata, avesse combinato una birbonata, classica nel periodo adolescenziale.

Una volta svegliatosi Andrea e il giovane compagno di stanza, io mi misi a chiacchierare con la mamma e mio marito con il suo papà.
Se non fosse che eravamo lì per un grave incidente, sembrò quasi la scena tipica di una vacanza al mare, le chiacchiere con i vicini di ombrellone.Che però stavolta erano vicini di letto,e al posto del mare, dalla finestra si vedeva solo uno scorcio del giardino dell’Ospedale Civile di Brescia.
Come nei migliori Hotel, la camera era dotata di Televisione, immediatamente monopolizzata da mio figlio con i cartoni animati.
Il ragazzo, ai cartoni, preferiva i giochi dei videogames del cellulare.
La convivenza con loro in stanza, si preannunciava serena e piacevole.

La Sera in ospedale arrivava in anticipo rispetto al mondo esterno.
Si cenava alle 18.00,alle 18.45 iniziavano le visite e alle 20.00,salutati i papà, sembrava fossero le 22.00.
Un infermiere entrava a controllare la temperatura dei degenti, dava un’occhiata alle flebo e spesso spegneva le luci.
Ormai era notte.
Andrea era in un letto con una sola sponda, comodo per me ma pericoloso per lui.
Per prepararmi a dormire, chiesi aiuto ad Anna, la mia compagna di stanza.
Gentilmente lei si avvicinò ad Andrea e gli parlò.

Io nel frattempo mi lavai e preparai.
Ero stanchissima dopo la notte in bianco, precedente.
Decisi che avrei dormito insieme al mio bimbo.
Mi infilai nel letto con lui, non so se crollò prima lui od io.
Ci addormentammo subito come due bambini.
Ero dentro a quell’edificio da meno di 24 ore, mi sembrava di essere lì da una settimana.
Il tempo in ospedale scorre lentamente, me ne ero già accorta, ma ne ebbi la certezza nei giorni seguenti.

To Be Continued

Stefania