I giorni in ospedale si susseguivano tutti uguali,o simili.Alle 6.30 sveglia,colazione Andrea,prima vestivo lui poi mi vestivo io velocemente e alle 8.00 arrivato mio marito,mi concedevo una pausa.Andavo al bar, passeggiavo in giardino e pregavo nella cappella.

Chissà perché noi Cattolici non molto praticanti,chiediamo aiuto a Dio solo nei momenti di totale sconforto e disperazione.

Penso sia perché chiediamo a lui le risposte che non ci vengono dette sulla Terra da chi di dovere e dalla Scienza in questo caso.

In effetti i Medici, in particolare una Dottoressa vice del Primario, non si esponeva più di tanto a dare alcun responso,secondo lei bisognava aspettare almeno due settimane dall’incidente.

Noi d’altro canto in balia degli eventi e dell’attesa, alternavamo giornate più ottimiste a giornate più pessimiste.

Per fortuna Andrea non risentiva ne della sua situazione di handicap, ne del nostro umore.

A lui in ospedale bastava guardare i cartoni in Tv, giocare con noi e se possibile uscire fuori in giardino sulla carrozzina.

La convivenza con i nostri compagni di stanza dell’ospedale procedeva alla grande, alle chiacchiere avevamo aggiunto il conto alla rovescia per arrivare entrambi al giorno delle dimissioni.

La vita in ospedale è difficile sia per chi la vive da paziente, sia per chi lo accompagna.

Non si sa che tempo fa fuori, vedi entrare i visitatori con vestiti estivi,mentre tu ti ritrovi con su un golf perchè il condizionatore è perennemente acceso.

E’ una realtà parallela a quella esterna,a volte mi chiedevo se ero in un film o se era tutto vero,purtroppo.

A farmi ritornare con i piedi a terra ci pensavano le infermiere,non sempre gentili e ben disposte verso i congiunti.

Eccezione fatta per due meravigliosi infermieri che ci concedevano di portare Andrea fuori con la carrozzina.

Non smetterò mai di ringraziarli per l’immensa concessione che ci donavano.

Un altro motivo che mi faceva smettere di pensare che tutto quello fosse solo un incubo,furono le medicazioni fatte ad Andrea.

Vedere e rivedere spesso il piede e le dita lesionate ci rendeva inermi di fronte alla situazione.

Loro parlavano di circolazione sanguigna,necrosi e progressi e regressi,noi li seguivamo cercando di capirci qualcosa.

A parte la profilassi antibiotica,ad Andrea non venivano somministrati farmaci.

Una sera ci fu detto che tentavano la cura di due giorni con la cardioaspirina,un farmaco molto forte per un bambino ma che si rivelò apparentemente efficace.

All’ennesima medicazione riscontrarono leggeri miglioramenti cutanei e fu deciso che potevamo tornare a casa.

Il ritorno a casa per noi era già un traguardo,otto giorni là dentro erano sembrati otto mesi.

Non sapevamo cosa ci aspettava,pensavamo che il traguardo finale fosse vicino,alla fine una stecca e una fasciatura non sarebbero durate per sempre.

Ci congedammo dalla dottoressa curante con il promemoria della medicazione successiva.

Il martedì dopo,che sarebbe stato il primo di tanti Martedì trascorsi in attesa di una visita di controllo.

Ma questo noi non lo sapevamo ancora.

To Be Continued

Stefania