[…]prima parte dell’articolo 

Le parole della dottoressa mi hanno letteralmente turbata.

Osteo-cosa? Antibiotico endovena per un mese? Ma un mese in che senso?

Solo in un secondo momento ho capito e realizzato che significava stare un mese in ospedale perché Adelaide doveva prendere vari antibiotici a diverse ore, quindi non sarebbe stato possibile presentarsi in ospedale in diversi orari della giornata.

Le dottoresse erano state chiare “non sappiamo da dove arrivi questa infezione, per dare un nome preciso dovremmo fare la scintigrafia ossea ma andrebbe addormentata nuovamente! Per cui iniziamo con una cura antibiotica e vediamo che effetto fa!”

La prima cosa che ho detto a mio marito è stata “vai a comprare una televisione”. Per fortuna l’ospedale è vicino ad un centro commerciale e questo mio desiderio è stato presto realizzato. Ovviamente la televisione non era per me, ma per riuscire a tenere Adelaide ferma e buona dentro una stanza.

In ospedale sono stati molto clementi e visto che la nostra permanenza sarebbe stata piuttosto lunga, ci hanno concesso una camera singola. Questo era davvero un grossissimo vantaggio.

Iniziata la terapia antibiotica ho iniziato a convivere con questa nuova vita. Io che avevo le giornate tutte incastrate di impegni, mi sono ritrovata chiusa in una stanza di ospedale con le lancette dell’orologio che sembravano non avanzare mai.

Non dovevo cucinare, che era il mio impegno quotidiano più grande, non dovevo pulire, e avevo solo una figlia. Qualcuno potrebbe dire quasi che fossi in vacanza.

Sicuramente Adelaide non ha sofferto tanto per questa situazione. Non tanto quanto Beatrice.

Adelaide finalmente stava ricevendo tutte le coccole e le attenzioni in esclusiva. Questo non è mai successo neanche quando era appena nata visto che mi dovevo dividere tra due creaturine.

Dormivamo nello stesso letto, prima di addormentarci leggevamo sempre 4-5 libri. Ecco dopo questa esperienza in ospedale Adelaide ha finalmente iniziato a prestare attenzione alla lettura, e da quel momento non l’ha più abbandonata.

I giorni passavano, e per fortuna la cura stava iniziando a dare i suoi primi frutti.

Adelaide facendo diverse cure antibiotiche era debole, e in quel periodo in ospedale iniziavano ad esserci dei grossi virus intestinali, per cui ci avevano consigliato di non mettere il naso fuori dalla nostra stanza. Non è stato semplice, ma lei è stata davvero brava e si è adattata presto a questa nuova situazione. Non pensavo fosse possibile tenerla chiusa in una stanza per tutto quel tempo!

Il 2 dicembre finalmente abbiamo ricevuto la visita della sorellina Beatrice. E’ stato molto emozionante rivederle insieme. Per loro, che essendo due gemelle non si erano mai separate, deve essere stato davvero strano dividersi per così tanto tempo.

Il 2 dicembre me lo ricordo bene, perché anche se in un luogo poco bello, siamo riusciti a festeggiare e le bimbe hanno spento INSIEME la loro seconda candelina.

 

Ogni week end il babbo e Beatrice venivano a trovarci e trascorrevamo del tempo insieme.

Ormai erano le mascotte delle infermiere. Quando venivano in visita facevano una fascia nel braccio anche a Beatrice per solidarietà.

Il problema era quando arrivavano i momenti dei saluti. Per Beatrice era sempre difficile staccarsi dalla sua sorellina e dalla sua mamma.

I giorni scorrevano, e noi eravamo sempre di più accasate. Non potevo neanche andare al bar a prendermi un caffè perché con la flebo sempre attaccata non era permesso uscire dal reparto, e così mi ero fatta portare una macchinetta da tenere in camera.

Ne ho approfittato per riposarmi e per fare cose che non avevo mai tempo di fare, come selezionare le foto del matrimonio!!!

Le cure stavano procedendo per il verso giusto. Adelaide iniziava a zoppicare di meno, anche se ancora le scale non riusciva a farle con la gamba destra.

Ricordo ancora il primo giorno che ci hanno staccato momentaneamente la flebo per farci fare un giro. Lei ha fatto una corsa per tutto il lungo corridoio dell’ospedale e mi urlava “mamma corriiii”. Sembrava Forrest Gamp, non riusciva a credere di poter correre senza il palo della flebo.

Nel frattempo Natale si avvicinava, noi avevamo addobbato la camera a tema natalizio con tanto di alberello di Natale e decori di carta sui vetri. Tutte le sere facevamo un giro per i corridoi (io, lei e il palo della flebo) e andavamo a dare la buonanotte al albero di Natale e a tutti i pesci dell’acquario.

Spesso venivano a trovarci delle persone molto generose a lasciare dei regali. Tanti regali dalla squadra RIMINI CALCIO e anche dalla GUARDIA DI FINANZA, che sono riusciti a portare tanti sorrisi ai bambini che ne avevano bisogno.

Io mi stavo sempre di più convincendo che avremmo trascorso Natale e Capodanno dentro l’ospedale.

Ma vi assicuro che non c’è un solo giorno che io mi sia sentita sfortunata. Di fianco a noi c’era l’oncologia pediatrica. Io sapevo che con la cura Adelaide sarebbe guarita, sapevo che prima o poi saremmo tornate a casa alla nostra vita, e sapevo che invece per molti di quei bambini purtroppo non era così.

 

Il 18 dicembre i dottori hanno deciso di fare una nuova risonanza per vedere se la situazione fosse migliorata. Per fortuna era evidente che ci fosse un notevole miglioramento, anche se non era completamente guarita.

Date le circostanze, le dottoresse hanno cercato in tutti i modi di trovare la soluzione per mandarci a casa e finalmente il 19 dicembre ci hanno comunicato le nostre dimissioni. Dovevamo continuare una terapia per un mese, ma comodamente da CASA.

Io ero felicissima, avevo preparato tutte le valigie e avevano finalmente tolto l’ago dal braccio di Adelaide.

Alle 14.00 avevamo finalmente il nostro foglio di dimissioni!

Mentre lei riposava, le dottoresse avevano preparato la cura. Al suo risveglio ho pensato bene di provare a somministrarle una dose per vedere la sua reazione. Si trattava di una capsula preparata apposta dalla farmacia. Ovviamente Adelaide non poteva ingerire la capsula per cui mi avevano suggerito di aprirla, e somministrare la polvere contenuta al suo interno mischiandola ad un gelato.

Primo tentativo fallito. Mandava giù e immediatamente vomitava.

Ho fatto 5 tentativi con 5 alimenti diversi ma il risultato era sempre lo stesso.

Ne ho assaggiato una punta e ho capito il motivo. Sembrava di mangiare il veleno, era impossibile ingerire quella cosa.

Mi è crollato il mondo addosso. Le dottoresse mi hanno guardata e mi hanno detto “mamma, non preoccuparti, le rimettiamo l’ago e continuiamo la terapia endovena”.

Voi immaginatevi quello che ho provato. L’idea di tornare a casa, di passare il Natale con la mia famiglia, di stare nuovamente tutti insieme era svanita nel nulla.

La cosa più preoccupante poi era il fatto di doverla bucare nuovamente. Giusto qualche giorno prima le era uscito l’ago dalla vena e non riuscivano più a trovarne di libere. E’ stata una sofferenza davvero grande. Non potevo pensare di viverla nuovamente.

Sono state ore interminabili. Fino al giorno prima mi ero rassegnata all’idea di stare lì dentro fino a capodanno, ma ci avevo creduto, e quell’illusione mi aveva davvero distrutta.

Mentre ero in fila dalle infermiere per cercare di inserire nuovamente l’ago nel braccino di Adelaide, le dottoresse mi sono corse incontro.

Mi hanno comunicato che dopo un colloquio con l’infettivologo avevano trovato una soluzione alternativa. Un mix di 3 antibiotici al giorno (in sciroppo) poteva sostituire l’antibiotico in capsule.

Finalmente alle 18.09 del 19 dicembre 2017 sono arrivate le vere dimissioni dall’ospedale.

Finalmente eravamo di nuovo tutti e quattro nella nostra casina.