Oggi vi parlo del primo uomo che mi abbia fatta perdutamente innamorare: mio babbo.

Per un attimo non sarò Mirka, la mamma delle gemelle. Oggi sono Mirka, la figlia.

Perché prima di essere mamme, tutte noi siamo state figlie, e per farmi conoscere a 360° è giusto che io racconti questa mia esperienza.

Tutte le bambine vedono i loro padri come dei supereroi, i loro miti, ed è stato lo stesso anche per me.

Mio babbo era colui che mi faceva divertire come una matta. Avevamo tante passioni comuni. Adoravo guardare le corse di moto con lui, fare le camminate in montagna, e anche andare nei campi con il trattore a raccogliere le balle di fieno. Erano i nostri momenti, e li porterò sempre nel cuore.

I suoi genitori, i miei nonni, abitavano in campagna, e avevano tanti animali: mucche, conigli, galline, caprette. Gli animali che in assoluto preferivo, però, erano i cavalli. Mio babbo aveva la passione per i cavalli e di conseguenza era diventata anche la mia. Ero molto piccola, ma amavo passare le giornate con lui in mezzo alla natura: davamo da mangiare ai cavalli, li curavamo e nelle giornate più belle li cavalcavamo anche.

Lui mi faceva fare le cose da grande: guidare il trattore, guidare il motorino e io mi sentivo invincibile.

Adoravo andare a trovarlo mentre lavorava in autostrada! Con quella camicia azzurra e il maglioncino blu, quante camicie gli ho stirato. Mi portava sempre alla macchinetta e mi preparava la cioccolata calda, se chiudo gli occhi ancora mi torna alla mente il sapore di quella cioccolata.

Mio babbo era il giocherellone di turno, sempre con la battuta pronta. In Romagna le persone come lui le definiamo “PATACCA”.

Mio babbo non era assolutamente perfetto. Credo non mi abbia mai cambiato un pannolino, non sapeva cuocermi neanche un piatto di pasta in bianco. Non andava a parlare con i professori, e probabilmente non sapeva neanche quale scuola frequentassi. Ma io non potevo chiedere di meglio, io lo vedevo con gli occhi dell’amore.

Poi ad un certo punto mio babbo si è perso. In realtà si era perso già tante volte, ma io ero troppo piccola per capire e per sapere. All’età di 17 anni, invece, ero abbastanza grande (non credo che si possa essere mai grandi abbastanza in realtà). E ho capito che non era più il caso che continuasse ad abitare insieme a noi.

Ci ho litigato e tanto, ero arrabbiata, delusa e anche schifata.

E ci siamo allontanati molto.

Dopo qualche mese è arrivato il giorno più brutto della mia vita. Il 15 maggio 2005.

Era una domenica mattina, le 9.00 circa e io ancora dormivo.

Ha suonato il campanello di casa e c’erano tante persone, tutte amiche di mia mamma che venivano a dirci che mio babbo nella notte aveva avuto un incidente.

Io non capivo, nessuno mi diceva come stesse. Mia mamma piangeva, ma io non capivo, non volevo capire. Io e mia sorella saremmo dovute andare dai miei nonni (i suoi genitori) a dare loro la triste notizia, ma io davvero non sapevo cosa avrei dovuto dirgli. Probabilmente la mia mente non voleva accettarlo, fino a che l’ho sentito con le mie orecchie da una cara amica di mia mamma che lo riferiva ad una vicina “purtroppo Stefano è morto”.

E’ impossibile spiegare cosa prova una ragazza di 17 anni davanti ad una notizia del genere. I giorni, i mesi e gli anni successivi a quella data sono stati davvero difficili. Mi sono trovata davanti ad esperienze e problemi più grandi di me e in un attimo sono diventata donna.

Si dice che con il tempo ci si abitua alla mancanza, ma io non sono d’accordo. Col tempo ci si abitua semplicemente a convivere con il dolore. Un dolore fisso, un senso di vuoto. Sono tanti i momenti in cui mio babbo mi è mancato, e per farvelo capire, vi copio questo post di 3 anni fa che ho pubblicato su facebook.

E’ l’anno in cui mi sono sposata, e nonostante fossero passati tanti anni da quel brutto giorno, la sua mancanza era viva più che mai:

“12 anni senza te.

A 17 anni c’è davvero bisogno del babbo!

Mi sei mancato tanto, sempre, ogni giorno. Ho sentito la tua mancanza quando mi sono diplomata, quando ho compiuto 18 anni, quando ho preso la patente della macchina, per non parlare della moto! Mi sei mancato quando ho iniziato il primo lavoro, mi sei mancato quando dovevo imbiancare casa, e fare altri lavoretti, quando ho iniziato a cercare casa, quando sono nate le tue nipoti, mi manchi ogni volta che guardo le corse di moto (Che tra l’ altro non siamo mai riusciti a vedere dal vivo insieme), mi manchi quando penso a quanto saresti stato felice di giocare con le tue nipoti (e quanto si sarebbero divertite loro). Quando penso che le avresti portate a cavallo, gli avresti insegnato ad andare con il motorino, e gli avresti insegnato la bellezza della campagna.

Mi manchi sempre, e non c’è un istante in cui non ti pensi, ma quest’anno sarà davvero dura.

Sarà difficile percorrere la navata, quella strada così lunga e tortuosa senza averti al mio fianco. Senza la tua forza, il tuo sostegno e la tua ironia.

Ma allo stesso tempo so che tu da lassù hai messo sul mio cammino la persona più bella speciale e unica che ci possa essere.

Ho pensato a chi potesse sostituirti in questo ruolo così importante ma nessuno può, se non Andrea.

É diventato lui il mio sostegno e la mia forza. L’ uomo che ho scelto per tutta la vita.

Quanto avrei voluto fartelo conoscere ”

Ho parlato spesso alle bimbe del nonno Stefano, e a volte prima di addormentarsi cercano la stella più bella nel cielo e lo salutano con un bacio.

 

Sento spesso la tua mancanza, caro babbo, ma spesso sento anche la tua presenza, come quando ero in circuito a Misano, parlavo con una cara amica di quanto mi dispiacesse non aver mai condiviso quel mondo con te.

Poi degli amici mi portano una coca cola, che io tra l’altro non bevo mai! La giro e mi accorgo che in fondo, tu sei sempre al mio fianco.