Oggi vorrei parlarvi di un argomento sempre più diffuso tra i giovani e non, dove la vittima diventa agli occhi degli altri il colpevole. Il revenge porn è un reato, penalmente riconosciuto anche in Italia, dove le vittime della “vendetta pornografica”, sono spesso giovani donne perseguitate dai loro ex mariti e fidanzati che scelgono di pubblicare e condividere selfie o video,  per punire e vendicarsi. Indica la diffusione di video e foto a sfondo sessuale, nei confronti di vittime ignare e non consenzienti. L’intento è quello di rovinare la reputazione della vittima, che in alcuni casi arriva al suicidio. Il veicolo preferito da chi commette questo reato sono i Social network, che consentono la diffusione rapida e incontrollata del materiale pornografico. Lo scopo è distruggere la reputazione e la dignità della vittima, ledere i suoi rapporti amicali e familiari e comprometterne la carriera lavorativa. Ma non solo, è punito anche chi minaccia di diffondere il materiale privato per spaventare e condizionare la vita della vittima.

Vittima o colpevole?

Non sono pochi i casi presenti, sia riportati dal web, sia nelle scuole o nei luoghi di lavoro, nei quali da vittima si diventa colpevole. Ha dell’incredibile quanto accaduto ad una giovanissima maestra d’asilo nel torinese, che ha perso il lavoro per colpa di alcune foto e un video hard inviate ad un ragazzo che frequentava. Da quest’ultimo, dopo la fine della relazione, quelle immagini sono finite prima al gruppo degli amici del calcetto, poi diffuse di cellulare in cellulare fino ad arrivare agli occhi della mamma di uno dei bambini della scuola in cui insegnava. Insomma alla fine dei conti, la giovane maestra da vittima diventa colpevole, mentre la donna che le chiedeva di non denunciare, ricattandola di dire tutto alla dirigente, per uno strano meccanismo diventa lei vittima perché destinataria, insieme al marito, di insulti e minacce.

Riflettiamo insieme…

Ci ritroviamo nuovamente davanti a situazioni in cui la vittima è sminuita e colpevolizzata. Quando è emersa la storia di questa giovane maestra il web non poteva non esprimere la sua opinione. Mi sono imbattuta in tanti commenti di solidarietà e supporto per questa donna; ma altrettanti di odio e giudicanti, come ad esempio : “Se l’è cercata”, oppure “In questa storia la donna non è la vittima. Lei ha mandato quei video, poteva immaginare ciò che sarebbe successo”. Spesso le persone (soprattutto sui social), fanno fatica a tener conto del peso che hanno le parole che dicono o scrivono. Che quel commento potrebbe essere letto da qualcuno che ha subito le stesse cose e che ancora non ha trovato il coraggio di denunciare. Le storie di violenza taciute perché ”forse me la sono cercata”, ragazze o donne che vengono “etichettate” per una ripicca o per vendetta sono ancora tante, ognuno nel proprio piccolo dovrebbe fare qualcosa per impedire anche questa forma di violenza.

 

Marta.