Finalmente la sentenza e di nuovo sull’aereo

Finalmente di nuovo sull’aereo per il secondo viaggio più importante della nostra vita, quello che avrebbe dato senso a tutti questi anni di attese, delusioni e documenti. Eravamo in viaggio per la Sentenza di adozione.

Del volo non ricordo praticamente nulla. Ero così stanca che mi sono addormentata al decollo e mi sono risvegliata all’atterraggio. Ho dormito con la pace di chi almeno per quelle ore non poteva fare nulla per il proprio destino. In quel lasso di tempo poteva solo affidarsi a quel mostro d’acciaio che non ho mai amato ma che ora mi stava portando da lei. Ho immaginato l’aereo come una enorme cicogna che invece di portare i bambini portava i genitori.

Appena atterrati però ho subito ripreso la mia carica energetica. Come ripeto sempre in quel periodo ero così felice e orientata all’obiettivo che mi sentivo piena di vita dalla testa ai piedi.

Un residence come prima casa

Il residence che avevamo scelto sarebbe stato la nostra casa per un mese o forse più. Sarebbe stato il luogo che per primo avrebbe accolto la nostra bambina e avrebbe visto nascere la nostra famiglia. Da subito mi sono premurata di renderlo accogliente, immaginando il primo ingresso di mia figlia in quel luogo.

Ricordo che abbiamo trascorso la prima sera a ripassare le domande che il Giudice avrebbe potuto farci il giorno successivo in Tribunale. Eravamo agitati ed euforici.

Il tribunale

La mattina eravamo pronti presto, in attesa dell’interprete che venisse a prenderci per accompagnarci in Tribunale. Avevamo il nostro vestito più bello, scelto dopo ore di prove su cosa fosse più adatto.

Eravamo silenziosi e concentrati, pronti per andare all’ultimo step di questa faticosa e bellissima avventura.

Il luogo era molto formale e la scelta dell’abito elegante era azzeccata, la Corte era presieduta da un Giudice donna, sulla sessantina, capelli biondi e occhi di ghiaccio.

L’interprete ci disse che avremmo dovuto alzarci in piedi e pronunciare le parole “si Vostro Onore” ogni volta che la Giudice ci rivolgeva lo sguardo. Quest’ultima indicazione non ci aveva certo resi più tranquilli ma ormai eravamo disposti a tutto. Anche se ci avessero detto di fare tutta l’udienza in ginocchio lo avremmo fatto.

La seduta durò un paio d’ora fra letture di atti, domande singole a me e mio marito e indicazioni su come sarebbe stata la nostra vita con un figlio. Al termine la Giudice pronunciò una frase che significava “La Corte si ritira per deliberare”.

La sentenza

Non so quanto tempo intercorse fra l’uscita dei Giudici dall’aula, la nostra attesa in corridoio e il loro rientro. In quel lasso di tempo interminabile ho avuto davanti a me l’opzione che potesse andar male, che ci fosse qualcosa nei documenti che non andava, che improvvisamente fossimo risultati non idonei o semplicemente che la Giudice fosse contraria alle adozioni.

Abbiamo tremato in maniera incontrollabile, quasi isterica, poi finalmente un Ufficiale in divisa blu ci ha richiamati in aula, la Giudice aveva deciso. Il nostro destino era deciso.

Col fiato sospeso siamo entrati e abbiamo ripreso a respirare solo quando abbiamo sentito la Giudice pronunciare la parola “DA”, che significa si, siete diventati genitori di questa bambina.

In due lettere si è compiuto il nostro destino.

Quel “da” tanto desiderato, tanto invidiato quando veniva pronunciato ad altri, era finalmente rivolto a noi. Si, siamo genitori, si abbiamo una figlia, si sono diventata MAMMA.

 

Barbara Zallio