Le mie giornate andavano avanti senza un senso, piatte e tristi. Un giorno sono stata vestita bene, pettinata a modo e fui trasferita.

Il nuovo orfanotrofio era molto grande, faceva impressione vederlo dal di fuori.
Era circondato da un parco immenso, e tanta campagna che si poteva osservare da ogni angolo della struttura.
Come entravi dentro venivi accolto da spazi immensi, vuoti, odore di pulizia e una luce soffusa che faceva terrore.

Aveva tanti piani, raggiungibili con scale immense da fare più e più volte tutti i giorni.
Mi impressionò subito uno stanzone enorme era il refettorio avrà potuto ospitare circa 100 bambini.

Tutto era grande, freddo, silenzioso.
La struttura era gestita da suore, con abito grigio e velo bianco. Una di loro si chiamava Evelin, non ricordo se l’ho mai vista far un sorriso o un gesto d’affetto.

La struttura aveva grandi finestre, ma quel posto era sempre e comunque buio, cupo o probabilmente lo vedevano così i miei occhi spenti e con poca voglia di vivere.

Lo stanzone in cui dormivamo tutti insieme era grande, sui toni del bianco. Ricordo ancora quei letti, di acciaio, freddi uno accanto all’altro, sembrava un ospedale più che una camera che doveva ospitare bambini.

Tutto era piatto non una pennellata di calore, affetto.

Quando poi calava la notte sembrava di essere in un film dell’ orrore: silenzio totale e buio pesto.

Ricordo una delle prime notti, avevo tanta voglia di far pipì, ma c’era molto buio e io avevo paura andare in bagno sola, ma non potevo chiedere aiuto a nessuno così me la feci addosso e mi addormentai.

L’indomani la suora mi mise in punizione per l’accaduto, a nulla è valso parlare della mia paura del buio.

Appena arrivata nel nuovo orfanotrofio 2 balie mi fecero un bagno caldo e vedendo che avevo i pidocchi mi tagliarono i capelli. Erano lunghi ma ovviamente non curati. Mi era dispiaciuto tagliarli, ma tanto non avevo potere di decidere bisognava far cosi, punto.
Ricordo di questa operazione di “spulciamento” altre volte, ero piena di pidocchi.

La scuola in cui ero stata iscritta, classe zero, (in Polonia è la classe precedente alle elementari) era abbastanza distante.
Ci andavamo a piedi, attraversando una strada di campagna. Ovviamente arrivavo sempre in ritardo, mi perdevo a guardare le foglie, giocare con qualche uccellino che incontravo lungo il mio cammino, uniche cose che mi distraevano e mi davano un attimo di gioia e spensieratezza.

Spesso e volentieri arrivata a scuola non entravo in classe, mi arrampicavo su un grosso albero al centro del cortile, i suoi rami possenti mi davano sicurezza.
Visti i tanti ritardi e le altrettante assenze, non passai alla 1 elementari, ma venni bocciata.

Anche delle maestre non ho un ricordo di persone affettuose e carine, continuavo essere una bambina in mezzo a tanti altri e nessuno si accorgeva di me.