“Non ci sono buone notizie”.

“Come non ci sono buone notizie?” guardo il ginecologo dritto negli occhi, ho bisogno di sapere. Ma più lui parla, più le parole sfumano e mi sembra di non capirci niente. Inizia a girarmi la testa: “…trend di crescita inferiori…ricovero urgente…monitoraggi quotidiani…tra qualche giorno o al massimo qualche settimana parto…cesareo” la sua voce è evidentemente preoccupata.

“Ricovero, cesareo, adesso?!?! Ma stiamo scherzando, vero??” rispondo fuori di me.

E io che avevo fatto di tutto per trovare un’ostetrica che avesse la mia stessa visione del parto, naturale ovviamente. Io che come sapete volevo il rooming-in h24, il camplaggio del cordone ombelicale, l’allattamento, le coccole, il contatto fin da subito…il mio sogno…svanito così! In un attimo! In quel momento ho pensato a tutte quelle volte in cui credi le cose brutte non ti riguardino, semmai ne senti parlare o le senti raccontare ad altri. E invece no. In quel momento ho realizzato che era capitato a me.

La flussimetria non stava funzionando, la bimba dall’ultima visita non era affatto cresciuta e la mia placenta era già arrivata al massimo. Ma ero solo a 30 settimane! Una cosa mi era chiara: non avrei portato a termine la mia gravidanza. Al solo pensiero mi sentivo malissimo. Mio marito, bianco cadaverico, chiede se la bimba avrà per questo ripercussioni. Il ginecologo ci augura la bimba nasca più tardi possibile, nessun’altra risposta certa.

Sono uscita dallo studio medico furibonda e ovviamente agitatissima. Mi sentivo senza nessuna via di scampo: sarebbe andata così, punto. Non c’era possibilità di un altro scenario, il medico era stato chiarissimo, oggi. Io invece ero in negazione totale.

“Dai veloce, forza, preparati la valigia e andiamo” La voce di mio marito puntuale e severa non appena oltrepassiamo l’uscio di casa. E io che una valigia l’avevo anche preparata, ma era quella per le vacanze. Il giorno dopo saremmo dovuti partire per le vacanze estive, me le meritavo tutte, ero entrata in maternità da neanche dieci giorni. E invece no. Dalla valigia per le vacanze, alla valigia per l’ospedale Gemelli di Roma è stato un attimo.

E io che faccio? Tutto, tranne che la valigia per l’ospedale! Mi sdraio, piango, mi sfogo, ritorno sul letto e inizio ad elencare una marea di giustificazioni una dietro l’altra che mio marito, un santo, contiene senza batter ciglio, anche se di fondo è teso come una corda di violino. Dal non c’è fretta, ho bisogno dei miei tempi, andiamo in ospedale domani, ho fame, vorrei dormire un pochino ad andare dall’estetista…è stato un attimo! Eh sì! La mia ultima chance per guadagnare qualche centimetro di libertà prima di entrare in gabbia è stata lei.

“Non vorrai mica farmi ricoverare con il gel sulle unghie amore?! Ma, ma, ma lo sai che non si può, potrebbe essere pericoloso è meglio levare tutto e subito. E’ una questione di salute!” E lui ovviamente cosa fa?? Mi accontentaaaa!!! Per cui io, con la massima nonchalance prima del ricovero, faccio il mio ultimo giretto in libertà per levarmi lo smalto. Questo ve la dice lunga sul livello di consapevolezza che avevo io, ma lasciatemelo dire, che avevamo tutti, ginecologo compreso, su ciò che mi stava accadendo! Pensate che addirittura avrei potuto recarmi in ospedale il mattino seguente, qualora, sempre a detta del ginecologo, avessi desiderato più tempo per prepararmi al ricovero. Mio marito ovviamente non ci aveva pensato un attimo, corriamo subito in pronto soccorso e vediamo cosa ci dicono.

“Signora non abbiamo posto al momento.” Questa la risposta in accettazione appena arrivati.

“Evvai, fantastico! Quindi significa che me ne torno a casa e se ne riparla tra qualche giorno”  penso. Nel frattempo prendono comunque qualche mio dato e tra le varie cose mi misurano la pressione. Ad un certo punto le segretarie credono la macchinetta della pressione non stia funzionando e prima di mandarmi via,  mi chiedono di andare nella sala monitoraggi con le altre mamme, per rimisurarmela. Non vedevo l’ora di andarmene a casa, anche perché mi era tornato il mio solito mal di testa e davvero desideravo solo riposare.

“Signora, apra la bocca, le do delle gocce per abbassare la pressione”. Dice l’infermiera con voce severa.

“Così, subito, già adesso?” penso tra me e me. “Ok va bene, che tipo di medicinali sono? Vi prego datemene il minimo” cerco di ricordare loro che con la mia piccola dentro non voglio prendere nulla. Ma tanto io non decido un bel niente, fanno tutto loro e  sono pure piuttosto preoccupate. La mia pressione non ne vuole sapere di scendere, la tensione delle persone intorno a me sale. Poco dopo uguale, la pressione è ancora alta e anche un’altra infermiera, appena entrata in stanza, mi guarda con stupore e preoccupazione: “Signora come si sente? Posso chiederle che sintomi ha?”

“Ho la mia solita emicrania, ma so anche perché, sono piuttosto agitata, non mi aspettavo di dovermi ricoverare oggi” ribatto io per rasserenare gli animi, anche se vedere il personale medico intorno a te teso e preoccupato mentre sei incinta non è affatto rassicurante. Ma tengo duro e cerco di rilassarmi e di respirare, profondamente. Passo così una mezz’oretta, in questa stanzetta, con altre mamme incintissime che fanno i loro controlli e monitoraggi, sedute sulle loro poltroncine serene. Io continuo a fare esercizi di respirazione per tenere sotto controllo il mio mal di testa, ma niente da fare, non c’è verso passi. Forse più che gocce per la pressione avrei bisogno di un farmaco per la testa, penso.

Di lì a poco il personale medico si fa via via sempre più ravvicinato, le altre mamme sulle loro poltroncine sole ed io circondata da personale medico. Aiuto ma che sta succedendo? Inizio ad agitarmi pure io, il problema è questa maledetta pressione che non scende. Io della pressione me ne frego, ho solo un gran mal di testa e credo anche di sapere il perché. Infatti vorrei solo andarmene a casa a dormire. Continuo a respirare profondamente per placarlo, forse così andrà meglio dato che di farmaci per la testa non se ne parla. Niente da fare la situazione non migliora, io sempre più tesa e agitata, la mia testa dolorante e le infermiere intorno.

Andiamo avanti così ancora un pò finché un certo punto, il mio corpo mi abbandona. Io che fino ad un attimo fa credevo di potermi calmare facendo dei respiri lenti e profondi, improvvisamente inizio a tremare, tutta quanta. In pochi secondi il mio corpo è fuori controllo. Mi mettono al volo in sedia a rotelle, un salto veloce in accettazione e la stessa signora che un attimo prima mi aveva detto che non c’era posto mi saluta ad alta voce: “Il posto per lei c’è signora, la ricoverano urgentemente per la pressione. In bocca al lupo!”

Io sono più confusa di prima. Inizio ad essere seriamente preoccupata ma con quel mal di testa neanche riuscivo più a ragionare. Saliamo al piano di sopra, blocco parto, mi infilano in uno stanzino piccolo, solo per me, era tipo la stanza delle infermiere o non so che, sta di fatto che da lì in avanti non mi mollano un secondo, ho sempre persone intorno che entrano ed escono dalla stanza. E io che di emicrania ci soffro e già quel tipo di dolore per me è insopportabile, il dolore che ho ora alla testa non lo saprei nemmeno descrivere, un’emicrania alla n. Vi lascio solo immaginare. Subito dopo, altro giro di gocce per provare ad abbassare nuovamente la pressione.

E nonostante il dolore intensissimo, di fronte a tutti questi farmaci trovo ancora la forza di dire la mia: “Ma devo prenderne per forza altre 20? Non possiamo fare 10 gocce? Ripeto mi sono solo agitata, non imbottitemi di farmaci vi prego, adesso mi passa!” Questa la mia cantilena. Non ci stavo capendo nulla. Il mio corpo ancora tremava e la testa ancora mi scoppiava.

Ero in piena preeclampsia, pure severa, avrei scoperto dopo. Ma al momento non lo sapevo. A dire il vero nemmeno sapevo cosa fosse. E oggi mi dico meglio così perché nella mia ingenuità ho continuato a credere per tutto quel tempo di avere il mio solito attacco di emicrania, per cui, nonostante il dolore lancinante, credevo di sapere cosa mi stesse accadendo. I medici, quella notte, non ci hanno dato nessuna diagnosi, si sono solo occupati di gestire l’emergenza e la mia situazione che andava sempre più peggiorando. Io continuavo ad avere un mal di testa incontenibile e già questo dolore mi pareva insopportabile, non credevo di lì a poco mi si sarebbe aggiunto anche lo stomaco! Eh già, un dolore allo stomaco tremendo, piegata in due dal male. Mai avuto in vita mia due dolori così intensi, contemporaneamente.

E per il mal di stomaco mi somministrano un’altra dose di farmaci, questa volta per bocca. Dose che il mio corpo rifiuta violentemente, come? Non faccio in tempo ad alzarmi dal letto e a correre in bagno perché vomito tutto, di colpo, sul letto. Infermieri e medici, velocissimi mi spostano di peso (col monitoraggio sempre attaccato) su una barella a fianco e procedono senza batter ciglio con il cambio lenzuola. Oddio che cosa mi sta succedendo? Ora ero davvero terrorizzata.

Ormai si era fatta notte, la mia situazione non migliorava, mio marito sempre accanto a me preoccupatissimo, sua mamma e sua sorella fuori in corridoio ad aspettare ci fossero miglioramenti, ma nulla. Ad un certo punto chiedo di alzarmi per andare a fare pipì e mio marito, guardandola, sbianca ancor di più: “ma hai la pipì NERA!”. Lo diciamo subito ai medici. Proteinura. Ossia proteine nelle urine. Classico sintomo da preeclampsia.  Ho paura. Paura per me, paura per la mia piccola.

“Che cosa mi state dando?” chiedo stremata all’ennesimo tentativo di sedare i miei dolori.

“Altre schifezze.” Ribatte senza giri di parole il medico di turno “E gliele diamo non perché lei si è agitata signora, se fosse stato quello la sua pressione sarebbe rientrata subito. Ora ci proviamo con dei farmaci in vena”.

Niente! La pressione non scende e il dolore è sempre più lancinante. Solo lo stomaco si placa un pochino dopo la dose in vena, inizio a respirare un pochino meglio, rimane la testa da alleviare e forse, tra un attimo, tutto questo incubo sarà finito. E le ore passano così, col monitoraggio scomodissimo sempre attaccato, la testa che mi scoppia dal dolore e io che tra una dose di farmaco e l’altro cerco di dormire per non sentire più nulla. Siamo in piena notte e ricordo benissimo, nei miei momenti di veglia, le urla delle mamme che nella sala parto accanto stavano mettendo alla luce i propri figli. Ero vicinissima a quella stanza e tra me e me penso: “Ecco, io non arriverò mai a quel punto, ma il dolore che sto provando ora a testa e stomaco so che equivalgono ad un parto, questo è poco ma sicuro!”

“La pressione è ancora alta”. Sento i medici intorno a me parlare piuttosto preoccupati.

“Ma quanto è alta??” penso tra me e me. Mio marito dice che la massima sfiora i 180 e la minima 120, io purtroppo non me ne intendo, non mi ricordavo nemmeno più quali fossero i valori normali e forse era meglio così. L’unica cosa che so è che non ho mai avuto problemi di pressione in vita mia, l’unica cosa che voglio è che…nulla! Non desidero più nulla, non so neanche perché sono lì, mi sento rintontita, voglio solo chiudere gli occhi e dormire.

Riesco solo a chiedere come sta il tracciato della mia bambina mentre mio marito mi chiede conferma sul nome della piccolina. Ah perché in tutto questo, io e lui, eravamo ancora in ascolto del nome…fortunatamente, pochi giorni prima, eravamo all’unisono su Mariasole e quella notte, quel nome, suonava benissimo. Era un nome luminoso, non avevamo più dubbi, si sarebbe chiamata così. La mia luce in quella notte buia.

“Ma perché mi chiedeva del nome?”.

Poco dopo l’ho scoperto. Arriva un altro medico di turno, un medico dai capelli tutti rossi, si siede accanto a me e con molta calma mi spiega che la pressione è ancora alta, che l’ultimo tracciato della bimba non gli è piaciuto e che sarebbero intervenuti per farla nascere subito, quella mattina stessa.

“Ma che cosa stai dicendooooo??? Non può nascere adesso!” urlo dentro la mia testa. Non ho più la forza di contrappormi. I dolori sono ancora fortissimi, non ce la faccio più. Da quel momento mi ARRENDO. Dopo ore e ore di negazione, impotenza, frustrazione e rabbia passo dal: “che cosa mi state dando? Adesso mi passa…” a “fate di me quel che volete purché questi dolori finiscano!”

Mi sottopongono un foglio da firmare e una dottoressa carinissima mi avvisa che nel mio caso è meglio farmi partorire in anestesia totale. Non avrei mai e poi mai voluto accogliere mia figlia sedata, ma come potevo fare? Ok firmo e in quel momento mi viene solo da piangere. Mi chiedono di togliermi la fede, ho solo la forza di dirgli di mettermela in borsa, al sicuro. Poi via, non c’è più tempo, voliamo in sala operatoria. Mi ritrovo in una sala fredda, due infermiere mi aprono braccia e gambe contemporaneamente senza troppa delicatezza. Una di loro mi butta dell’acqua gelida sulle parti intime e poi aggiunge a mò di battuta: “è fredda lo so, ma con la pressione alta ci sta!”

“Giusto, non fa una piega!” penso io in quel momento.

Tutti intorno a me si muovono velocemente, siamo in emergenza. Mi mettono il respiratore in faccia e una voce femminile alle mie spalle mi chiede con energia: “Respira, respira, respira…pensa ad una cosa bella”.

Penso agli angeli, penso alla luce. E poi, buio.

 

“Non c’è il momento giusto, c’è il momento. Sei tu a renderlo giusto”