Mi sono fermata per mesi. Non sono più riuscita a scrivere. Il mio racconto era arrivato al punto in cui avrei dovuto parlare del post-parto e dell’esperienza in TIN. Non sapevo da dove incominciare.

Ah la TIN…che parola! Fa quasi piacere sentirla, sembra il suono di un campanellino e io da brava inesperta neanche sapevo cosa significasse. Ero inesperta in tutto. Ingenua su ogni cosa riguardasse la prematurità. Ho partorito d’urgenza dalla sera alla mattina, con una valigia delle vacanze trasformatasi di colpo in valigia d’ospedale. Non ho avuto il tempo di informarmi e questo all’inizio è stata la mia salvezza. Ho vissuto i primi momenti in una bolla e forse è stato meglio così. Dopo, non ho voluto volontariamente googlare nulla sui bambini nati prematuri perché non volevo spaventarmi più di quanto già non lo fossi e poi perché, parliamoci chiaro, i primi giorni dopo il parto ero davvero su un altro pianeta. Il post anestesia totale e i farmaci mi avevano stesa. Mia figlia era venuta alla luce e io dormivo. Ho dormito tantissimo, troppo. Sono riuscita a vedere Mariasole il giorno dopo, per pochi minuti.

Mio marito mi ha accompagnata da lei in sedia a rotelle: sfatta, dolorante (il giorno dopo il dolore del cesareo iniziava a farsi sentire) e con la puzza di vomito rimasta dalla notte precedente su una ciocca di capelli. Non me lo ero immaginata così il nostro primo incontro ma, nonostante tutto, non vedevo l’ora di vederla. Alt però. Prima bisognava infilarsi i calzari, il camice, legarsi i capelli, lavarsi le mani e disinfettarsele per bene. Quei gesti e quello strano percorso prima di poterla incontrare mi sembravano così freddi e macchinosi, ma ben presto sono diventati parte della mia routine quotidiana e quel reparto così strano fatto di cullette termiche, sensori acustici e bimbi ricoverati la mia seconda famiglia.

TIN sta per Terapia Intensiva Neonatale, il reparto ospedaliero dove sono ricoverati i bambini con gravi problemi alla nascita. Ma io non lo sapevo. Sapevo solo che la mia bimba era nata troppo presto e troppo piccola, più piccola del previsto, ma non sapevo di quanto. Credevo dovesse solo crescere e che una volta cresciuta ce la saremmo portata a casa grande quanto avrebbe dovuto, se fosse nata a termine. Non faceva una piega, giusto? Bhe, mi è bastato vederla per dirmi che non avevo capito nulla.

Non mi aspettavo di vedere la mia bimba così piccola, minuscola con la pelle tutta raggrinzita e trasparente. Sembrava arrivare da un altro pianeta, lontano, ed era così diversa dai neonati che avevo visto fino ad allora. Non mi aspettavo di vederla con un tubicino sul naso, con le flebo infilate nella testa, le manine e i piedini fasciati in modo da non strapparsi tutti i fili che aveva addosso. Mi sono spaventata tantissimo, tanto da pensare: sopravviverà?

Mi sono fidata del sorriso di mio marito, che nei giorni a seguire, quando alzarmi dal letto sembrava impossibile a causa dei miei sbalzi pressori, mi diceva che andava tutto bene. Mi sono fidata del personale che ruotava intorno all’incubatrice di Sole, sempre calmo e sorridente, che mi rassicurava tutte le volte che ci parlavo. Per me erano medici illuminati. Solo giorni dopo ho realizzato che quelle persone così accoglienti e premurose erano le cosiddette “zie” del reparto, le preziosissime infermiere che si prendevano cura dei bambini giorno e notte. Coi medici era diverso. Li incontravi su appuntamento e ti restituivano dati di realtà con possibili scenari che mai avresti voluto ascoltare.

Sole era una delle più piccole del reparto. Nonostante fossi di 30 settimane la preclampsia che avevo in corpo le aveva impedito di crescere come doveva e il suo peso coincideva a quello di un bimbo di 26 settimane circa.

0.840 questo il suo peso alla nascita, sceso a 0.810 con il calo fisiologico. Quello 0 è stato davvero tosto. Quello zero lo sentivo rivolto a me a rappresentare tutta la mia incapacità, colpevole di averle creato tutto quel dolore. Allora non sapevo che quel senso di colpa mi avrebbe accompagnata a lungo e che ci sarebbe voluto un tempo per trasformarlo. Mi chiedevo perché fosse successo proprio a noi, allora non sapevo che mi stavo ponendo la domanda più sbagliata e inutile di tutte. Mi chiedevo che senso poteva avere tutto questo, allora non sapevo che tutto ha un senso, anche se incomprensibile in quel momento. Il dolore e la volontà di utilizzarlo mi hanno insegnato tanto. Ci sono voluti mesi per capire che qualunque cosa, se accolta, può insegnarti ciò di cui hai bisogno. Già, se accolta. Ma all’inizio non è stato così, all’inizio ho avuto il rifiuto.

Avrei solo voluto tornare indietro e riavvolgere il nastro per riavere la mia pancia e la mia piccola dentro. Non volevo più entrare in TIN. Il giorno dopo  ho mandato avanti mio marito, doveva assicurarmi fosse tutto a posto, solo dopo sarei entrata io. A dire il vero se avessi potuto sarei scappata. Ci ha pensato Sole a riportarmi in vita, quel giorno, potendo infilare la mia mano nell’incubatrice, ci siamo toccate, finalmente. Avevo nel palmo della mia mano la sua vita intera e quando lei mi ha stretto il mignolo, forte, anzi fortissimo come a dirmi “mamma io ci sono” ho capito una cosa. Non importava come sarebbe andata. Il mio posto era lì, accanto a lei, perché ero la sua mamma.