Questo articolo sarà un po’ diverso dai precedenti, sarà un po’ meno descrittivo e più focalizzato su ciò che ho imparato dalla TIN. Eh sì, ad un certo punto ho deciso di farmene qualcosa del dolore e di questa esperienza così intensa e totalizzante da toglierti, a volte, ogni speranza. Ad un certo punto ho deciso di ascoltarlo, di accoglierlo quel dolore e di comprendere che non era lì per annientarmi ma era lì PER ME, affinché io potessi imparare qualcosa, diventare migliore e avanzare nel mio cammino. Non è stato un percorso lineare, innumerevoli volte ho desiderato tutto fuorché essere in quella situazione a dover gestire quell’enorme carico emotivo, ma ad oggi sono grata di tutti i momenti vissuti, anche i più bui, perché mi hanno permesso di abbracciare il mio limite per poi lasciarlo andare grazie a quel passo indentro che per me ha significato amarmi totalmente, nonostante tutto.

 

La prima cosa con la quale mi sono confrontata e che ho dovuto abbandonare velocemente è stata l’idea di “risultato esteriore” e di ciò che avrebbe “dovuto essere”.  Spostare l’attenzione dal risultato desiderato al processo, ai passi, al percorso, al viaggio, chiamatelo come vi pare, mi ha salvata. Mariasole si è affacciata alla vita in modo completamente diverso dagli altri ed era così lontana da come me l’ero immaginata, ma se mi fossi fermata a questo, avrei visto solo il “meno”. E invece no, c’era molto altro, c’era anche tanto “più”, fatto dei suoi innumerevoli avanzamenti, a volte passettini-ini-ini ma che erano tantissimo all’interno del suo viaggio, piccoli passi che altro non erano il suo gridare al mondo intero: “io ci sono, non mollo e ce la sto mettendo tutta!”.  E avere una bimba così, per me, è un privilegio, indipendentemente da dove “arrivi”.

Non solo, dai “risultati esteriori” dipendi e basta: se accade ciò che ti aspetti sei felice, se non accade ti deprimi; invece se ti appassioni al processo è tutta un’altra storia, è tutto un imparare, un cadere e poi rialzarsi, un perfezionarsi, un migliorarsi costante e quindi un’inesauribile fonte di apprendimento. E aggiungerei anche di “godimento” fatto di piccole conquiste, che non si esaurisce nel risultato, ma si nutre del percorso. Quando porti la tua energia da fuori a dentro e la smetti di paragonarti agli altri e inizi a misurarti con te stesso e con la tua storia, allora tutto cambia. E’ davvero un bel cambio di prospettiva che ti toglie tutta l’ansia da prestazione e ti riporta al centro della questione: il qui e ora e la tua capacità di godere di esso, perché per quanto possa essere dura, tua figlia è viva e ogni istante insieme è un dono, preziosissimo.

Altro passaggio fondamentale per me è stata la velocità di avanzamento. Si sa, ogni bimbo ha i suoi tempi, ma all’inizio non è stato semplice accettarlo. Mariasole cresceva lentamente, prendeva 10, 20 grammi al giorno (partita da 810gr), alcuni giorni manco quelli e mi ricorderò sempre, durante il nostro colloquio settimanale con il medico del reparto, le sue sagge parole alle quali io, lì per lì, non avevo dato la giusta importanza: “Mariasole avanza, lentamente, ma nella giusta direzione”. Già, quanta verità. Possiamo andare alla velocità della luce, ma se stiamo correndo nella direzione sbagliata, prima o poi ci schianteremo. Per cui, non importa se tuo figlio oggi ha preso 10 grammi e la bimba nell’incubatrice accanto 500 (cosa realmente successa), quel che conta non è la velocità, ma la direzione.

Eppure i paragoni all’inizio mi logoravano: ”bhe se Mariasole prendesse, non dico 500, ma qualcosina in più rispetto al suo solito giornaliero, ce la porteremmo a casa nella metà del tempo” pensavo ingenuamente. E niente, quel pensiero inutile è stato spazzato via alla velocità della luce quando, poco dopo, abbiamo scoperto il motivo per il quale la bimba vicino a noi aveva preso mezzo kilo in un giorno. Aveva contratto una grave infezione. Quelli non erano grammi a cui aspirare ma liquidi e gonfiore in eccesso. Quella bimba in pochissimi giorni è volata via, non ce l’ha fatta e ha lasciato un vuoto immenso in tutta la TIN. E’ stato scioccante. Non lo si può immaginare ma i bimbi della TIN sono anche i tuoi bimbi: successi e traguardi delle cullette vicine li vivi totalmente come fossero i tuoi, perché si diventa un’unica famiglia. E poi vivi tutto in prima persona e se è successo a loro potrebbe succedere anche a te, TUTTO, sia le cose belle ma anche le cose brutte. Sono stati giorni pesantissimi. Avevamo perso un pò tutti in quel momento e allora mi sono sforzata con tutta me stessa di non perdere la lezione, me lo dovevo per andare avanti ad occuparmi di Sole mantenendo viva la speranza. Ricordo di essermi detta: basta. Basta paragoni inutili e senza senso, basta guardare a ciò che dovrebbe essere e non è, stai con ciò che c’è, perché è tanto, tantissimo. Ogni storia ha il suo viaggio, unico e speciale ed è così in tutte le cose, figuriamoci in un percorso complesso e articolato come la prematurità. E ricorda, qualunque avanzamento, piccolo o grande che sia, va celebrato senza se e senza ma.

E così abbiamo fatto. Dopo quasi 3 settimane dal suo ricovero, Mariasole, raggiunge, udite udite: il suo PRIMO KILO!  Quel giorno è stato un giorno di festa. In TIN sembravamo quelli che se la dovevano portare a casa il giorno dopo da quanto era grande. E la sera, usciti dal reparto, io e mio marito abbiamo festeggiato a casa delle zie di Mariasole (le sue due zie acquisite che da quando è nata non ci hanno mollato nemmeno un secondo e che ci sono state vicine sempre dal primo momento ad oggi, due angeli). Abbiamo mangiato una torta deliziosa, la chiffon cake e brindato alla vita. Sì, da fuori sembravano matti, ma per noi quel kilo era tutto. Era immenso e potente come la forza della nostra bambina e allo stesso tempo leggero e fragile come il suo affacciarsi alla vita. Ma era lei, era viva e stava lottando con tutta sé stessa e noi non potevamo essere da meno e quella sera me la ricordo come una serata bellissima: non sapevamo come sarebbe finita ma poco importava, perché stavamo imparando a godere del viaggio. E questo bastava.